Angkor e Tokyo

Japan’s Angkor art: Booty or fair exchange?
By Julie Masis

Le autorità del museo di Tokyo devono aver, senza dubbio, notato l’accordo di questo mese secondo cui la Sotheby’s di New York farà ritornare in Cambogia una statua Khmer del X secolo, il Duryodhana, che si ritiene sia stata asportata illegittimamente durante la guerra civile in Cambogia negli anni 70.

In precedenza c’è stata la restituzione di altre due statue antiche khmer che erano state in esibizione a New York da oltre venti anni al Metropolitan Museum di New York.

Chi visita i rinomati musei giapponesi restano impressionati dalla estesa collezione di arte del periodo di Angkor. Il museo nazionale di Tokyo ha la più grande collezione di sculture di Angkor in Giappone come pu di ceramiche che gli esperti considerano di qualità superiore a quelle esposte in Cambogia stessa.

Un testo curioso vicino ai 69 pezzi esposti indica che sono stati acquisit attraverso uno “scambio” con la Francia, il paese che colonizzò la Cambogia. Più specificatamente lo ssambio si supponeva concluso con la Scuola Francese d’estremo oriente dedicato agli studi francesi delle società asiatiche. In cambio dei 69 pezzi il Giappone inviava 31 sei suoi pezzi preziosi come antiche spade, tessuti, lacche e sculture in Francia.

L’esperto di relazioni internazionali presso i lMuso Nazionale di Tokyo, David Miller, ha detto che lo scambio fu fatto durante un incontro tra il conte giapponese Kuroda Kiyoshi e George Coedes, il direttor della scuola francese ad Hanoi nella primavera del 1941, in un periodo in cui i Giapponesi avevano proprie truppe lì. I pezzi cambogiani giunsero a Tokyo nel 1944 quando i Giapponesi occuparono l’Indocina francese.

“Lo scambio fu probabilmente un risultato di una politica confermata nei colloqui franco indocinesi giapponesi del novembre 1940 che stabiliva una ulteriore promozione delle relazioni amichevoli tra Giappone e la Francia Indocinese attraverso lo scambio culturale, come scriveva Miller notando che la politica promuoveva scambi di studiosi.”

L’attuale rappresentante della scuola francese d’estremo oriente, Dominique Soutif, dice che il presunto “scambio” fu probabilmente imposto alla Francia che non poteva permettersi di rifiutare. Nota anche che gli occupanti giapponesi torturarono ed uccisero l’allora fondatore e primo direttore del Museo Nazionale Cambogiano George Groslier.

“I giapponesi potevano fare qualunque cosa volevano in quel tempo. Chiaramente Geoge Coedes non aveva grandi scelte in questo campo”

In Cambogiai termini di questo accordo rimasero avvolti nel mistero. Gli stessi rappresentanti cambogiani intervistati non sapevano nulla di più di quanto Miller sottolineò dello scambio. Molti erano all’oscuro di quello che ebbe luogo durante la II guerra mondiale.”

“Quando visitai il museo di Tokyo vidi questi oggetti con una targa che parlava di una donazione da parte della scuola grancese, e mi dovetti domandare come la scuola francese poté donare questi oggetti al Giappone” dice Kong Virak direttore del Museo Nazionale Cambogiano.

Alla fine della guerra le autorità militari americane che occuparono il Giappone condussero delle indagini sullo scambio, poiché ogni movimento di oggetti artistici durante il periodo di guerra era considerato sospetto, dice Ricardo Elia, docente di Archeologia della Boston University, che di recente ha scoperto l’informazione sullo scambio presso gli archivi nazionali americani.

Durante le indagini i rappresentanti giapponesi del museo presentarono documenti che mostravano che lo scambio era stato condotto dalla scuola francese. Gli americani lasciarono perdere il caso anche perché i francesi non reclamavano i pezzi fino alla fine della guerra.

Restano comunque domande sui termini dello scambio e sulla legittimità delle richieste giapponesi di questi pezzi antichi. Il valore dei pezzi dell’era di Angkor, (che includevano 31 sculture dal IX al XIII secolo, 13 oggetti in metallo del XII e XIV secolo e varie ceramiche dal IX al XVII), era di 42900 Yen. I pezzi giapponesi che si supponevano scambiati erano stati valutati per 50 mila Yen.

Elia sospetta che i pezzi cambogiani erano stati sottovalutati in modo intenzionale. Come potevano 69 pezzi cambogiani, alcuni dei quali erano antichi anche più di un migliaio di anni, valere anche meno di 31 pezzi di arte giapponese? E nel mezzo di quella guerra distruttiva i Francesi avevano davvero bisogno di arte giapponese e di artigianato come kimono, maschere e materiali etnografici delle minoranze giapponesi?

Elia riconosce che alcuni pezzi giapponesi inviati erano genuinamente antichi mentre altri erano genericamente definiti antichità, “vecchi di 50 100 anni ma non davvero antichi”. La Francia in realtà doveva essere molto imbarazzata per non reclamare i pezzi alla fine della guerra ed ammettere di quanto aveva cooperato col Giappone.

“L’impressione è che la scuola francese non è molto contenta di vedere questo suo pezzo di storia uscire fuori. Si deve ricordare che non fu un’occupazione militare completa da parte Giapponese. I francesi erano collaboratori … disperati di voler mantenere la colonia e così fecero l’accordo con i giapponesi”.

Dei pezzi che il Giappone mandò nello scambio, non si sa cosa sia successo. Secondo i documenti giunsero a Saigon presso Musee Blanchard de La Brasse nel 1943 che poi divenne il Museo della Storia Vietnamita. I tesori giapponesi comunque non raggiunsero mai la Cambogia e di certo non ci sono pezzi di arte giapponese in alcun museo cambogiano.

Oltre ai 69 oggetti di Angkor altri pezzi potrebbero essere stati presi dai soldati giapponesi in Cambogia durante l’occupazione, ammette Miller, e finire in altri musei giapponesi o collezioni private. La collezione Kamratan di Hiroshi Fujiwara che include 138 ceramiche dei secoli dal IX al XIII è considerata una delle collezioni di ceramiche cambogiane più belle al mondo.

“Questi oggetti furono portati in Giappone da persone che vi ritornavano ma non ci sono segni di queste attività. Difficile dire dove furono presi, quando, o se furono presi direttamente in Cambogia o in altri posti in Asia” scrive Miller.

Secondo Elia non si sa se ci sia stato un saccheggio giapponese in Indocina. “Si tende ad assumere che furono saccheggiati come per i Nazisti. Ma c’è tanta documentazione per i Nazisti che però manca per i Giapponesi”.

Lo scambio con la scuola francese che avvenne oltre 70 anni fa non includeva una data finale. Ma restano i dubbi se il Giappone dovrebbe riportare i pezzi di Angkor poiché ricevuti durante la guerra.

Lo scorso anno il Metropolitan di New York restituì due statue giganti a Phnom Penh dopo aver accertato che erano state saccheggiate, mentre è ancora in tribunale il destino di una terza statua dello stesso tempio che è stata valutata tra due e tre milioni di dollari

Di recente il Giappone ha accettato di restituire alla Corea del Sud oltre 1000 pezzi di arte sequestraati durante l’occupazione di quella che era la Corea Unita tra il 1910 e il 1945. Tokyo comunque non ha fatto alcun accenno di voler restituire antichità cambogiane presenti nei propri musei.

I rappresentanti cambogiani, a differenza dei cinesi e dei Coreani, affermano di non mantenere nei confronti del Giappone alcun odio per l’aggressione durante la II guerra mondiale. Di recente il Giappone ha fatto grandi investimenti finanziando la costruzione di ponti, strade e acquedotti e finanziando la ripulitura dei campi minati. Il Giappone ha offerto finanziamenti per restaurare alcuni dei grandi templi di Angkor, grande attrazione turistica del paese fonte di entrate per il governo.

Per il governo cambogiano la restituzione degli oggetti è legata alla buona volontà giapponese. “Se un giornale lancia un appello per questi pezzi possiamo dare seguito secondo la convenzione UNESCO del 1995. Ne abbiamo il diritto. Se il Giappone vuole restituire questi oggetti alla Cambogia di propria spontanea volontà la Cambogia apre le proprie braccia per riceverli” dice Chuch Phoern del Ministero della Cultura, che aggiunge che c’è un aspetto positivo dell’arte che è mostrata all’estero. Una specie di pubblicità gratis per il paese.

“Ci fa piacere che pezzi di arte Cambogiana siano nelle collezioni in Francia, a Washington o in Giappone. Apre le porte ai turisti affinché visitino la Cambogia. Prima avevamo 3000 turisti, ora sono tre milioni. Attraverso cosa? Attraverso la presenza dell’arte Khmer all’estero.”

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